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E’ un progetto da sviluppare
nelle città dell’occidente usate come piano di contatto per delle
morti che si susseguono mentre tutto scorre sulle tracce del pianeta che
le comprende. La visibilità del limite di ogni processo occidentale,
un procedimento che non produce nulla, un meccanismo che attende la fine,
che si presenta ogni giorno e che ogni giorno viene rincorso sempre più
velocemente con ansia e senza dolore. Il culmine raggiunto, aspettando
la prossima esplosione. Finito il mondo e cade a pezzi. Inutilmente ripete
la sua morte chiusa e senza sforzo. Non c’è debutto, non c’è
completamento, non c’è soddisfazione. Si prevedono spostamenti
nelle varie città dove si immortala la costruzione rappresentata
di atti del morire tramite il supporto di una telecamera e si procede
al montaggio di quelle immagini, quelle morti. La città non muore,
si concretizza tutto nel suo svolgersi ordinario, tutto è ordinario.
Ogni soggetto è sullo stesso piano: chi guarda si vede guardare
e la città diventa l’identificazione della rappresentazione della
città contemporanea d’occidente. Tutto è ordinario e ovvio
e in questo ci si può scambiare di posto; non è l’essere
visti che permette la morte ma la morte dichiara la visione nella connessione
degli sguardi di chi guarda e chi si fà guardare guardando chi
guarda e poi cade, in un gesto che dall’infanzia non possiamo più
compiere se non protetti dalla rappresentazione. La città resta
lì che parla: si dichiara unica e multipla, se stessa e tante altre
città e sciogliendo le differenze l’occidente si sforza di riconoscersi
ovunque nell’ordine; eppure in quei corpi tutto scivola e si ingorga e
ogni cosa compresa nel quadro rischia di caderci. Sfiorare il limite in
continuazione, accarezzarlo come cosa preziosa, senza illusioni, senza
dolore.
Chiedere a uno sconosciuto
di fare qualcosa per me, qualcosa di cui potrei fare a meno, di cui potrebbe
fare a meno, sostantivare la necessità improbabile di una complicità
rauca, fermarlo per strada interrompendo un suo percorso, un suo itinerario,
una sua occupazione, chiedergli di guardare fisso nell’obiettivo per circa
quindici secondi dalla sua distanza, sta facendo parte di un’inquadratura,
chiedergli che il suo sguardo resti fisso e che dopo l’approssimazione
di tempo stabilita cada a terra, con la propria consapevolezza di farlo,
di lasciare un vuoto, di operare in autonomia, un corpo a terra, senza
un particolare comportamento, senza interpretazione, senza melodramma,
l’ultima caduta possibile, che muoia cadendo a terra, che resti morire
al participio passato a terra per almeno dieci secondi e comunque non
prima che gli sia detto che è tutto finito, siamo d’accordo, mentre
tutto il resto intorno continuerà per conto proprio, nella sua
organizzazione.
In ordine alfabetico
Amsterdam, Athina, Beijing, Berlin, Bruxelles, London, New York, Paris,
Praha, Roma, Tokyo, Wien. L’installazione prevede l’accumulo dei singoli
decessi effettuati durante la permanenza nella città, o nelle città,
montati in visione monitor e, se possibile, contemporaneamente una sezione
dal vivo che in tempo reale organizzerà e riprenderà ulteriori
morti umane diffuse in schermo dalla location attigua. E insieme a questa
le altre possibili varianti di allestimento da collocare di volta in volta
nel luogo a disposizione.
Progetto e produzione Kinkaleri
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estratto video: http://www.youtube.com/watch?v=UZ-8gebz9Wc
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