Kinkaleri inizia un nuovo progetto produttivo. L'abitudine al deragliamento, all'uscita di pista senza peraltro fermarsi, continua ad imporsi come dinamica confortevole di viaggio. Determinato un punto di partenza, il campo di studio, ossia un Campo liscio sottoposto alle infinite possibili variazioni di gioco, il colpo di dado è ogni volta quel caso energetico mai prevedibile o pianificabile che spinge a sconvolgere qualsiasi troppo calcolata o ragionevole successione di eventi. Si scopre così ancora una volta quella dimensione di Sorvolo, di Impennata che permette di spaziare all'infinito, di incrociare contemporaneamente più piste di gioco provocando intersezioni e cortocircuiti. E' in questa dinamica che un ascolto produttivo può amplificarsi, può permettersi di scorrazzare liberamente in altri territori, può incrociarsi per convergere su di un unico progetto, può mettere in campo delle forze attive capaci di stare al gioco. Per questo nuovo progetto il tentativo è di far confluire insieme più entità produttive che di norma agiscono su aree diverse , in modo che l'incontro di più energie permetta alla naturale dinamica artistica di Kinkaleri di espandersi in una dimensione già di per sé più fertile. A partire da questo, Klossowski si presta in modo mirabile come occulto conoscitore di parole, e nella sapienza sa anche che esse non dicono mai abbastanza, lasciando vuoti sguardi su paesaggi che non possono essere descritti, bisognosi di corpo che non può essere solo l'interstizio della pagina descritta. Klossowski come artista non poliedrico per talento ma per necessità e desiderio di scalfire roccia reale di conoscenza.

Nella leggenda Atteone, figlio di Aristeo e Autonoe, figlia di Cadmo, durante una battuta di caccia, per fatalità o per scelta, s'imbatte nella visione di Diana, ne viola l'intimità durante il bagno. La dea prova vergogna per la scoperta, arrossisce come non arrossiscono le altre divinità; priva delle vesti, con le quali avrebbe potuto tentare un estremo gesto di schermo, trova quale ultima o forse deliberata difesa l'atto di spruzzare addosso ad Atteone l'acqua del suo bagno, provocandone la metamorfosi in cervo. Gli dice: "Nunc tibi me posito visam velamine narres, si poteri narrare, licet". Le parole per Atteone si risolvono in gemiti, la sua fisionomia subisce una modificazione inarrestabile e tuttavia incompleta, restando l'anima umana nel corpo animale. E' quest'ultimo che attrae i cani, pronti a dilaniarne le carni, mentre disperatamente Atteone cerca di far intendere la sua tragedia. Chi avrebbe potuto leggere al di là degli occhi dell'animale fino allora cacciato, la tristezza del padrone divenuto per metà uomo e per metà cervo?
"et" sarà uno spettacolo che "riflette" dal mito; quindi sulla rappresentazione. Nessuno come Klossowski ha restituito l'immagine del mito nella sua essenza di simulacro. Kinkaleri sprofonda nel mito e ottenebra la ragione affidandosi alla superficie. Affrontare il mito di Diana e Atteone vuol dire occuparsi del mito più incredibile, del mito che apparentemente deraglia da se. Diana e Atteone si servono di un demone intermediario per dare forma alla visione, all'accadimento, al teatro. Atteone umano, parente degli dei, diventa spettatore di una visione che egli stesso ha evocato e costruito nell'antro luminoso dove la Dea si bagna e rinfresca, azione dolcemente inutile per la sua natura impassibile ma assolutamente necessaria alla rappresentazione. Sprofondiamo nel mito dunque per riflettere sul linguaggio e la visione "rappresentazione" del rapporto tra l'uomo e la sua costruzione di immagini, simulacri. Simulacro è il corpo di Diana che veste la sua impassibilità e intangibilità con un corpo di sembianze umane, un corpo bisognoso di refrigerio e di visione. Atteone evoca Diana nel suo desiderio, Diana si serve di Atteone per potersi vedere: doppio fondo di percezione vertiginosa. Siamo nel campo della costruzione delle immagini, creazione di un teatro scolpito più volte. Se il mito è divulgazione, simulacro e non mistero, per Klossowski questo si concretizza nella scoperta e nell'uso dello stereotipo come enigma, far parlare l'eternamente parlante, l'eternamente compreso in enigma che viaggia sul delicato equilibri tra lo svelamento e il mistero. Lo stereotipo viene adottato come passo ulteriore verso l'esteriore, coincidente con l'attenzione sempre più consistente per il livello istituzionale e convenzionale del pensiero. "Uscire allo scoperto significa rinunciare all'unicità della rivelazione, per proliferazione nei luoghi istituzionali e convenzionali del sentire, vedere, guardare un corpo, le abitudini e i costumi. Questo tracciato è definito da Klossowski, passaggio dallo speculativo allo speculare, volendo evidenziare l'imporsi dell'immagine, riflesso esteriore dell'interiore."(A. Marroni)
Lo stereotipo ha il pregio di divulgare, per lo stesso motivo occulta la cosa esteriorizzata, ne falsifica l'essere perché l'incomunicabile non può volgarizzarsi se non assumendo le sembianze di tipo, ripetuto convenzionalmente. La comunicazione integrale è esclusa. Immersi in un crocevia di segni e simulacri, non intendiamo farli emergere o fornire corredi dialettici, ma albergare tra loro. Un filo sottile lega questa nuova esplorazione ai percorsi precedenti, uno status che stavolta si fa ricerca: l'assenza di senso propria dei simulacri che ne sono sprovvisti per natura, splendore della superficie.



"Morire dal ridere", "Ridere fino alle lacrime": stato nel quale l'esperienza sopprime il soggetto. Ebrezza, dissipazione in pura perdita.

T.L.C.
"V'è un'altra prova che mostra all'evidenza con quanta rapidità son portati i simulacri dei corpi: basta che ponga uno specchio d'acqua, la notte, al sereno, perché nell'acqua a te dalla volta stellata raggiando immantinente rispondano gli astri lucenti del cielo. Non vedi dunque in che minimo tempo l'immagine piombi dalle regioni celesti sulle regioni terrestri? Van dunque ammessi viemeglio dei corpi di prodigiosa mobilità che feriscono gli occhi e che destan la vista. Ora rampollan da tutte quante le parti e si lanciano in ogni senso, spargendosi i simulacri che dico: ma poi ch'è dato vedere con soli gli occhi, succede ch'ove si volge lo sguardo lì gli saettano contro con il colore e la forma gli oggetti tutti, e l'immagine fa percepir quanto ognuno disti, e provvede a che gli uni vengan distinti dagli altri. Giacché l'immagine, quando si emette, preme istantaneamente e sospinge in avanti l'aria ch'è posta fra i nostri occhi e lei stessa, e in tal modo quell'aria penetra tutta nel nostro sguardo, deterge, quasi direi, le pupille e poi così le attraversa. E quanta più massa d'aria è spinta innanzi, e più lungo è il fiotto che ci deterge gli occhi, di tanto l'oggetto risulta a noi distanziato più di lontano. I due fatti, s'intende, avvengono colla rapidità del baleno, sicché vediamo ad un tempo e la distanza e la cosa."

W.F.O.
"Se quindi, come nella narrazione culturale del mito, una parola deve avere la forza di operare miracoli, allora deve trattarsi di una parola di tipo particolare, che è più delle parole che si pronunciano giornalmente o con cui si esprime un pensiero brillante o dilettevole. Una tale parola deve avere la forza di determinare un effetto nel regno delle cose perché, essenzialmente, è in rapporto diverso con le cose rispetto a ciò che secondo il nostro concetto è una parola. Deve essere quella parola che non soltanto definisce la cosa, ma è la cosa stessa. Di conseguenza non occorre più alcuna mentalità particolare per attribuire alla parola un effetto reale. Se la parola è la cosa stessa, in un modo che rimane del tutto incomprensibile al pensiero razionale degli studiosi, allora deve necessariamente avere un effetto nel dominio delle cose. Ed è di questo genere la parola del mito che i popoli antichi definiscono vero. E' la parola come forma vitale a possedere una caratteristica così significativa. Doveva essere vera e forte, dato che non era una parola pensata, ma sperimentata: l'essere delle cose stesse."

G.D.
"I biologi ci insegnano che lo sviluppo del corpo procede per sbalzi successivi: l'arto è determinato dalla sua germinazione come zampa prima ancora di esserlo come zampa destra. Si direbbe che il corpo animale esiti o proceda per dilemmi. Allo stesso modo il ragionamento procede a sbalzi, esita e biforca ad ogni livello. Il corpo è un sillogismo disgiuntivo; il linguaggio è un ovulo in via di differenziazione. Il corpo cela, contiene un linguaggio nascosto; il linguaggio forma un corpo glorioso. Il nostro è un incontro con la perversione, non c'è bisogno di descrivere comportamenti, d'intraprendere racconti abominevoli. Sade ne aveva bisogno, ma vi è un Sade acquisito. Noi cerchiamo piuttosto la "struttura", ossia la forma che può essere riempita da tali descrizioni e racconti (poiché essa li rende possibili), ma che non ha bisogno di esserlo per essere detta perversa. Ciò che chiamiamo perverso, è appunto quella potenza obbiettiva di esitazione del corpo, quell'arto che non è né destro né sinistro, quella determinazione a sbalzi, quella differenziazione che non sopprime mai l'indifferenziato che si divide in essa, quella suspense che contraddistingue ogni momento della differenza, quell'immobilizzazione che contraddistingue ogni momento della caduta." "Scopriamo in modo diverso la teologia. Non si ha affatto più bisogno di credere in Dio. Cerchiamo piuttosto la "struttura", cioè la forma che possa essere riempita dalle credenze, ma che non ha bisogno di esserlo per essere detta teologica. La teologia è ora la scienza delle entità non esistenti. Il modo in cui queste entità, divine o antidivine, animano il linguaggio, formando in esso il corpo glorioso che si divide per disgiunzioni. Si realizza la predizione di Nietzsche sul legame tra Dio e la grammatica, dove però il legame è riconosciuto, voluto, recitato, mimato, sospeso nell'esitazione, sviluppato in tutti i sensi della disgiunzione. Se la perversione è la potenza propria del corpo, l'equivocità è quella della teologia; esse si riflettono l'una nell'altra."

A.A.
Una differenza importante tra gli otturatori sul piano focale e quelli centrali sta nel fatto che questi ultimi espongono sempre l'intera superficie della pellicola nello stesso momento, mentre un otturatore sul piano focale, quando viene regolato sui piani più rapidi, di fatto consente l'esposizione dell'intero fotogramma per mezzo della sovrapposizione continua di una serie di strisce. La fotografia stereoscopica simula l'effetto della visione binoculare per mezzo di due fotografie effettuate da posizioni separate (normalmente) dalla distanza che esiste tra gli occhi umani: 6 cm (all'incirca la distanza interoculare standard). Se l'immagine effettuata dalla posizione di sinistra è poi mostrata all'occhio sinistro, e quella ripresa dalla posizione destra all'occhio destro, il cervello può ricostruire la scena originale con un senso di profondità e di spazio.

P.K.
"Nulla è più verbale degli eccessi della carne... La descrizione reiterata dell'atto carnale non soltanto rende conto della trasgressione, è essa stessa trasgressione del linguaggio mediante il linguaggio."

Progetto di Kinkaleri

Realizzato da: Matteo Bambi, Luca Camilletti, Massimo Conti, Marco Mazzoni, Gina Monaco, Cristina Rizzo.
Con la speciale partecipazione di: Liana Mascagni.
Inestimabile collaborazione alla realizzazione di: Carmine Deganello,Mat Pogo,Stefano Maria Bettega, Stefano Ciappi, Alessandro Maffei, Patafisic.
Prodotto da Kinkaleri in collaborazione con Link Project
con il contributo di: Progetto Regionale Toscanadanza e Ministero per i Beni e le Attività culturali - Dipartimento dello spettacolo.