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Non ne possiamo più di questo senso di colpa!
I
phiraha, una popolazione primitiva dellAmazzonia, hanno una percezione
del mondo e un linguaggio estremamente particolare. Rappresentano lunica
comunità che fa a meno del concetto di numerazione. Non contano
e non numerano gli oggetti non chiamano i colori con il loro nomi, non
possiedono la scrittura e la loro memoria collettiva non va oltre le due
generazioni. Come in altri rari casi ognuno di loro cambia nome ogni due
o tre giorni, non hanno una religione, né miti o leggende da tramandare,
né forme darte. Il numero due rappresenta per loro la manifestazione
della pluralità e dellinfinito.
La
diseducazione. Senza progresso. L'accumulazione inutile delle esperienze,
una smemoratezza continua fingendosi sempre altri: qualcuno che non c'era,
che è arrivato tardi oppure che è mancato, magari malato
e convalescente senza memoria. Fuori tempo, fuori gioco, non ti resta
che affidarti alle possibilità del momento: urli e basta, spingi
e basta, mangi e basta, piangi e basta, dormi e basta, scopi e basta,
bevi e basta. Senza soggetto, parlo di uomo, come soggetto. Una forma
del desiderio che si fa largo tra mille risposte giuste, la forma sbagliata,
l'esercizio dell'errore come pratica continua al non capire, stupito come
una mosca alla finestra. La necessità dell'incomprensione degli
amanti che diventa ineluttabile movimento per poter dire, parlare, con
un sasso in bocca.
"Alcuni giorni sono migliori di altri" si dipana ancora in una
scena che non oppone resistenze, se non quelle dell'aria e del proprio
corpo immerso nello sviluppo delle proprie forze, nella propria fatica,
che si sviluppa piano nella linea che traccia e mentre lo fa si stupisce
della sua evidenza chiara e senza complicazioni, e se penso ad un titolo
dove poterla tracciare, elementare e potente, penso a Romeo e Giulietta
come un testo pieno di romantico ardore, di amore che non pensa privo
di anima e colmo, traboccante; e come riconoscenza all'esistenza di qualcuno
che ci ha amato, che abbiamo amato, è un volersi morti a tutti
i costi, semplicemente, perché morti per morti non esiste paragone
tra le sue braccia. E in questo paesaggio pieno di concatenata dolcezza
e stagliato e netto di adolescenti vorrei non ci fossero attriti o resistenze
troppo umane ma solo, integrali, le manifestazioni dell'amore, dell'odio,
della violenza, della morte; vorrei essere chiaro fino in fondo e per
farlo vorrei nascondere il soggetto, escludere ogni possibile interprete,
o personaggio, eliminarlo alla vista per far apparire, con un lenzuolo
che copre un corpo con due buchi per gli occhi: un fantasma. Un'attrazione
sconvolgente nella cancellazione di identità, di soggetto, nella
sua massima espressione di figura; è come separare i corpi dalle
anime, tutto diventa essenziale, elementare, imbarazzante da trattare,
una figura incredibile, da serie B.
Un fantasma lo riconosci all'istante e con un fantasma puoi discutere
di tutto subito senza bisogno di parole per spiegarsi, interrogarsi sui
gusti o gli appetiti, potresti confessargli cose inimmaginabili. Un fantasma
non va mai da uno psicanalista.
E quella che vorrei è una lirica leggera. Da idioti.
Il
nuovo percorso produttivo di Kinkaleri dal titolo Alcuni giorni sono migliori
di altri, fantasmi da Romeo e Giulietta si sviluppa nel biennio 2007/2008
trovando un riferimento progettuale in un classico del repertorio teatrale.
Dopo il lavoro sulla rappresentazione e la riflessione sulla scena come
forma di spettacolo libera da un unico senso narrativo, Kinkaleri ha sentito
l'esigenza di intraprendere una nuova fase creativa in relazione con una
struttura drammaturgica complessa. Il confronto con un classico della
tragedia Shakespeariana che ha originato una miriade di interpretazioni,
letture e visioni; una storia con ispirazioni in ogni campo, da quello
figurativo a quello musicale, dalla narrativa al cinema e nella tradizione
coreografica. Il lavoro si compone attraverso l'eccessiva presenza di
due figure sceniche elementari interpretati da due performer; una sorta
di ossessione che sopravvive a tutto e ritorna sempre, qualcosa o qualcuno
che non si può dimenticare, impossibile tuttavia da riconoscere
chiaramente. Il primo studio della nuova produzione è stato presentato
al Festival Contemporanea 07 nel giugno 2007.
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